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In uno sguardo disarmato. Vivendo la occasione del dolore dell’altro

Pace e convivenza dalla presenza

di Antonella Aristarci

Mi ero trasferita da poco in un quartiere ai margini della campagna, dove le case erano ancora poche, immerse tra cantieri aperti e campi. Avevo cinque anni e una bicicletta rossa, la mia bussola per esplorare quel mondo nuovo. Fu così che, pedalata dopo pedalata, incontrai Paola, Lino, Roberto e Marzio. Loro vivevano lì da prima di me e conoscevano ogni anfratto di quel territorio di confine. Diventammo amici per la pelle, sigillando la nostra alleanza con un giuramento di sangue tra le spine di un boschetto di rovi. Passavamo giornate intere insieme, con lo sfondo lontano delle voci delle nostre madri che ci richiamavano per la cena.

Un giorno Lino, il più grande ed esperto, lanciò l’idea: costruire una capanna. Fu il grande cantiere della nostra estate. Raccogliemmo, tagliammo e scortecciammo bastoni di ogni misura; intrecciammo i fusti del granoturco per creare un tetto e stendemmo vecchie lenzuola dipinte con disegni naïf per fare da pareti. Con i mattoni recuperati dai cantieri assemblammo persino delle sedie e piccoli mobili provvisori. Quella capanna divenne il nostro rifugio, il luogo delle merende condite da una profonda sensazione di appartenenza e protezione.

Poi, una mattina, l’incanto si spezzò. Lino corse da noi in lacrime, urlando che durante la notte qualcuno l’aveva distrutta. Lo sgomento ci tolse la parola. Quando lo smarrimento iniziale lasciò il posto al sospetto, i nostri pensieri andarono subito a un gruppo di bambini della parte alta del quartiere, quella verso il centro, che quando ci incrociavano ci squadravano sempre di sottecchi.

Decidemmo di affrontarli. Raggiungemmo il loro solito punto di ritrovo. Ricordo ancora la tensione di quel momento: noi che avanzavamo compatti, loro che scioglievano il cerchio per porsi di fronte a noi. Seguirono minuti lunghi come ore. Nessuno urlò, nessuno alzò le mani. Non dicemmo una sola parola: ci limitammo a guardarli negli occhi, mostrando senza filtri la nostra amarezza e l’angoscia per quel gesto insensato. Poi, in un silenzioso accordo imprevisto, voltammo le spalle e ce ne andammo.

Quel semplice guardarci in faccia cambiò tutto. Non ci fu bisogno di vendette né di parole: il peso del nostro dolore, visto da vicino, bastò a creare un argine umano e a far breccia nella loro coscienza. Quando, pochi giorni dopo, ricostruimmo la capanna con una foga e un’energia mai viste, nessuno la toccò più. A demolirla, molto tempo dopo, furono solo il vento e le prime piogge d’autunno.

Oggi mi chiedo spesso dove sia finita quella capacità di guardarci negli occhi. In un mondo in cui le decisioni, le offese e le critiche passano attraverso lo schermo freddo di un dispositivo — uno specchio nero in cui al massimo scorgiamo la nostra immagine riflessa — abbiamo azzerato la prossimità fisica. Senza lo sguardo dell’altro a fare da freno morale, cade ogni barriera: la svalutazione dell’altro diventa istintiva, disumanizzata, ridotta a un semplice “click”.

È la stessa distanza che rende così facile la violenza su larga scala. Sogno da sempre un’istituzione internazionale con un primo articolo di costituzione provocatorio: ogni Capo di Stato che decide di dichiarare guerra deve marciare in prima fila al fronte, seguito dalla propria famiglia. Se chi decide dovesse guardare in faccia le conseguenze del proprio gesto, il conflitto svanirebbe. So che è un’utopia, ma ci indica la direzione.

La vera lezione di quella capanna è che la pace e la convivenza non nascono dall’astrazione, ma dalla presenza. Possiamo fare la nostra parte partecipando attivamente alla vita della nostra comunità, creando alleanze, mantenendo un contatto umano con chi decide e difendendo la democrazia con il voto. Perché dove c’è vicinanza reale e ci si guarda negli occhi, la violenza perde forza e lascia il posto alla responsabilità reciproca.

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