Sovranità digitale europea. Dal Festival dell’Internazionale a Ferrara del 2,3,4 ottobre

Per un’Europa competitiva in ambito tecnologico con investimenti, innovazione e riduzione di dipendenze da altri colossi mondiali
“L’80% delle tecnologie che usiamo sia a livello professionale che personale sono di origine americana” afferma Bruno Giussani, giornalista e scrittore, autore del libro “Meno America nelle nostre vite”. Da diversi anni analizza gli impatti delle tecnologie digitali sulle nostre vite. Ci rendiamo conto, dopo averlo sentito al Festival, quanto diventa complicato oggi parlare di sovranità tecnologica europea se non si pensa di introdurre risorse e non ci si rende maggiormente indipendenti da altri Paesi, come per esempio gli Stati Uniti. Per fare solo alcuni nomi: Microsoft, Amazon, Google. Con la nascita di internet e del web si pensava che questi strumenti portassero democrazia e maggiore informazione, partecipazione e libertà. Consideriamo anche che, in nome del profitto, non c’è stato un processo di regolamentazione tale che permettesse trasparenza, codici di condotta ed etica da parte di questi grandi colossi americani che detengono il potere. “… viviamo ancora nell’idea che le tecnologie che usiamo siano prodotti che comperiamo e ci facciamo ciò che vogliamo, ma non è così – dice Giussani – c’è un potere immenso di influenza e di controllo … e ogni dipendenza tecnologica è una relazione di potere, pressione e sottomissione”.
Consideriamo pure che “l’Europa ha tre super computer più potenti al mondo – ci dice un altro relatore Dimitri Lorenzani della Commissione europea – e uno di questi è anche il più verde e il più sostenibile e, a differenza di quelli americani, noi usiamo energia verde. I grandi centri di calcolo europei per l’intelligenza artificiale contengono processori avanzatissimi che permettono di addestrare modelli di intelligenza artificiali, dobbiamo essere fieri di questa nostra rete di supercalcolo”. L’obiettivo in ultima analisi sarebbe quello di trasformare l’Europa da un semplice acquirente attivo di capacità e infrastrutture da altri, a un soggetto attivo capace di finanziare infrastrutture, di sviluppare modelli e creare valore in Europa. I dubbi e le questioni sono davvero tanti: come far coesistere e far interagire l’umano con le entità artificiali? Chi decide la regolamentazione da introdurre? Come sarà possibile garantire equità, giustizia, dignità, fiducia, democrazia? Saranno le macchine a decidere visto che il funzionamento potrebbe sfuggire alla comprensione dell’uomo?

Mentre scrivo, Repubblica online ha appena pubblicato un video di Pier Luigi Pisa, intitolato “Le menti dell’IA – Sam Altman, il potere dietro ChatGpt”, che offre uno spunto interessante per riflettere sull’etica di Altman. “Il talento di Altman pare sia convincere, raccogliere capitali, tessere alleanze e accumulare potere con la calma di chi non lo stia cercando”. In origine, OpenAI doveva essere un laboratorio senza scopo di lucro, nato per sviluppare un’intelligenza artificiale sicura e al servizio dell’umanità: “open”, dunque, perché aperta a tutti. Alla base vi era l’idea dell’altruismo efficace, secondo cui accumulare ricchezza e potere è giustificabile se poi li si usa nel modo migliore per il bene comune. Tuttavia, non va trascurata la straordinaria capacità persuasiva di Altman. Pur denunciando egli stesso i rischi dell’intelligenza artificiale per l’uomo, riesce comunque a ottenere consenso e sostegno per i suoi progetti.

Secondo il giornalista italiano Luca de Biase, gli europei sembrano accettare il monopolio delle grandi aziende statunitensi e che non ci sia nulla da fare. L’Europa sembrerebbe “essersi lasciata colonizzare cognitivamente” rinunciando ad una propria indipendenza digitale. Per uscire da questa ottica “si tratta di sviluppare un modello europeo che non sia una fotocopia dell’approccio americano né di quello cinese … sviluppare modelli che non siano basati sullo sfruttamento di dati personali, ma che privilegino tecnologie che non spiano gli utilizzatori […] L’obiettivo – continua De Biase – non è una nuova piattaforma gigantesca ma un numero gigantesco di nuove piattaforme interoperabili e trasparenti … trasformare un sistema monopolizzato da pochi giganti americani in un mercato concorrenziale aperto e ricco di innovazioni libero e pluralista, e nel quale si stempera l’eccessiva concentrazione di valore aggiunto e di potere”.
Un’utopia o un obiettivo realizzabile da perseguire al più presto, prima che sia troppo tardi, da non poter più tornare indietro e non essere più i protagonisti della nostra vita.

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