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Istruzione e cultura al primo posto. Quando la violenza avviene a scuola

La crisi di autorità e le sue ricadute sulla scuola

di Renzo Gherardi

L’ennesimo episodio di violenza finito sulle prime pagine di tutti i giornali, ha riguardato questa volta una insegnante delle Superiori, che ha ricevuto tre pugnalate nella schiena da un suo studente. L’episodio già eclatante di per sé, è solo l’ennesimo atto di violenza perpetrato a scuola e segue le aggressioni di genitori ai danni di insegnanti e presidi, sempre a scuola. I motivi di queste aggressioni sono del tutto banali, ma segnalano come si sia passati in pochi anni dai genitori che si presentavano a scuola con il cappello in mano, a quei casi attuali e non infrequenti in cui i genitori aggrediscono il personale scolastico.

E’ vero che la scuola non è l’unico servizio pubblico che ha perso autorità (si pensi solo a quanto avviene nella sanità), e tuttavia una riflessione approfondita come premessa a interventi sulla scuola non è più rinviabile.

Per dare una risposta a questi fenomeni c’è chi afferma che è la conseguenza della caduta del principio di autorità, che bene o male fino a pochi decenni fa orientava la società. Tale principio sarebbe stato messo fortemente in discussione con il ’68, senza per altro essere sostituito da altre linee orientative.

Rimanendo invece nell’ambito psicopedagogico, si deve richiamare il notevolissimo cambiamento intervenuto nell’educazione delle nuove generazioni da parte delle famiglie. Si è passati da una educazione autoritaria (che utilizzava la colpa e i castighi), ad una educazione affettivo-relazionale in cui ci si fa obbedire per amore e non più per paura. A questo ribaltamento si aggiunga la crisi della figura del padre, per cui alcuni psicoanalisti hanno parlato dell’”evaporazione del padre”.

In una epoca che si avvia al post patriarcato i giovani sembrano vivere una forte insicurezza esistenziale ed avrebbero bisogno di genitori e di avere intorno persone sagge.

Tornando alla scuola va anche richiamato il fatto che questa sembra in difficoltà nel passare dal principio dell’autorità, come era in precedenza, a quello dell’autorevolezza che richiede testimonianze credibili.

Tuttavia la scuola, come affermano alcune correnti della sociologia dell’educazione, è “figlia della società”, tanto è vero che sono i Governi a decidere gli ordinamenti (indirizzi di studio, le materie, le ore, chi può insegnare) e i programmi. Non solo ma è sempre il Governo che decide chi assumere e quando per insegnare.

La scuola pertanto non può che attuare le linee formative decise dalla politica; non solo ma risente fortemente dell’ambiente sociale in cui è immersa.

Si pensi alla violenza che si manifesta negli stadi calcistici, dove sono quotidiani gli episodi di razzismo, di violenza e dove i valori dello sport vengono sopravanzati da quelli di un tifo spesso becero e violento. Si pensi altresì ai frequenti episodi che rimandano senza dubbio all’espressione di volontà antidemocratiche e hanno come modello dittature passate o in atto in diversi Paesi, governate dall’”uomo forte”.

Per le ragioni accennate è molto difficile che qualche aggiustamento introdotto da norme specifiche possa produrre effetti significativi e duraturi che sanino l’attuale situazione. Un vero cambiamento si avrà solo se la politica e l’intera società metteranno l’istruzione e la cultura al primo posto.

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