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Un libro di Luca Turci: ENRICO BELLESIA

Storia di un sindaco socialista e della sua famiglia tra le province di Modena e Reggio Emilia

di Mario Orlandi

Chi vive oggi questa quotidianità convulsa in cui una notizia esplode in un attimo e un attimo dopo scompare per non ricomparire mai più, difficilmente può immaginare che ci siano luoghi dove riposa, nascosta da anni, decenni e secoli, una immensa mole di fogli –milioni di milioni- dove sta scritta la nostra storia, quella dei nostri padri e dei nostri avi e che questa storia stia lì, ferma, paziente, indistruttibile, immortale, solo in attesa che qualcuno la faccia emergere dal buio in cui si trova e la sveli ai nostri occhi perché possa poi entrare nelle nostre coscienze e nei nostri cuori.

Solo chi ha fatto, anche solo in parte, una ricerca d’archivio, può capire quanto sia coinvolgente e affascinante l’odore delle vecchie carte e quanto possa diventare forte l’urgenza di continuare a cercare: da quelle carte, mano a mano che ci si addentra, pare di veder spuntare fuori i propri avi, di udire la loro voce, di soffrire i loro dolori e gioire delle loro gioie. E’ un mondo intero che viene fuori dal passato e ci corre incontro grato di averlo per un breve tempo riportato in vita.

Copertina del libro di Luca Turci

Ed è questo percorso che ha fatto Luca Turci, l’autore del libro: Enrico Bellesia – Storia di un sindaco antifascista e della sua famiglia tra le province di Modena e Reggio Emilia.

Lo stimolo che ha spinto l’autore a scrivere di questi fatti, è nato da una registrazione su audiocassetta fatta alla nonna nel lontano 1984, nella quale la vecchia signora racconta al nipote, in un dialetto strettissimo, la storia di Enrico, padre di suo marito Oddino, nato nel 1879 da una famiglia di braccianti agricoli, divenuto sindaco di Rio Saliceto nel 1920 e dimissionato nel 1921 a causa della gravissima situazione venutasi a creare a seguito delle sistematiche violenze della squadracce fasciste, quindi perseguitato per tutto il ventennio fino alla partecipazione alla resistenza dal 1943 al 1945.

E’ un passo incerto, all’inizio, quello che porta l’autore a cercare conferme scritte al racconto della nonna, ma poi, dopo aver fatto le prime scoperte, Luca Turci comprende quanto sia vasta, anzi immensa, la riserva di fonti che riposa negli archivi generali, comunali e parrocchiali delle provincie di Reggio e Modena. E si butta a capofitto in una ricerca che durerà parecchi anni e produrrà risultati notevoli.

Così il racconto del libro si snoda su due binari paralleli: il primo è quello, appunto, della lunga, faticosa ma al contempo affascinante ricerca che l’autore chiamerà “agonia”, il secondo è quello dei risultati della ricerca stessa che restituiranno, alla fine, una conferma dei racconti della nonna arricchiti, però, da una grande quantità di notizie nuove, in parte previste, in parte inimmaginabili e quello che ne viene fuori è “la storia vista ad altezza d’uomo con gli occhi di chi la viveva all’epoca e con lo sguardo incerto del tempo, la storia fatta di paure, di speranze, di errori e di illusioni, di fatica e di gioia, di lavoro, di tragedie, la storia costruita con gli ingredienti della vita di tutti noi, semplici esseri umani ”.

Il mondo in cui è nato Enrico è quello del sottoproletariato contadino che vegeta appena sopra la soglia di sopravvivenza, in cui manca spesso il pane ma non certo i figli. Enrico ed Amelia ne avranno ben dodici. Quale tristo ambiente sociale sia quello in cui vivono è esemplificato da alcuni fatti scoperti dall’autore nel corso delle sue ricerche: un ragazzo condannato a tre anni di reclusione per furto di una biglia, nati nell’anno 137, di cui nati morti 13, beni venduti all’asta dal monte dei pegni: un lenzuolo e due sciarpe…

la famiglia Bellesia nel 1950

Eppure, in questo ambiente, si direbbe impossibile, Enrico riesce a frequentare la scuola e a conseguire il diploma di quinta elementare, che non è una piccola cosa per quei tempi. Forte di questa sua istruzione e di una mente sveglia e sostenuta da un grande interesse per i problemi sociali in cui si trova a vivere, Enrico si avvicina presto alle idee socialiste che, in quel periodo, nel reggiano, sono indirizzate e guidate dalla luminosa figura di Camillo Prampolini, sostenitore di un socialismo moderato “evangelico e tolstoiano” convincendo alle nuove idee sia il padre che i fratelli minori.

Ed è in questo contesto che egli diviene fondatore nel 1904, insieme ad altri trenta cittadini, della “Cooperativa di miglioramento tra i Lavoratori della Terra” nel cui statuto si legge che essa si propone di “migliorare progressivamente le condizioni economiche e morali dei lavoratori della terra procurando loro lavoro e abituandoli alla previdenza”. Ne rimarrà presidente fino a suo scioglimento forzato.

Siamo nel 1920. In quell’anno, le elezioni amministrative del 7 Novembre, segnano una vittoria schiacciante del partito socialista in tutti i comuni delle province di Reggio e Modena, e Rio Saliceto non fa eccezione: 612 voti su 796 votanti. Enrico Bellesia viene eletto sindaco con 19 voti su venti (tutti tranne il suo). E’ il coronamento di una vita dedicata al lavoro e all’impegno politico e sociale.

Non si è mai parlato e scritto abbastanza del fascismo e in particolare di quello che furono le violenze dei primi anni 20 e 21 e questo racconto ce ne ripropone, se mai ce ne fosse bisogno, particolari agghiaccianti che accaddero proprio nelle nostre zone, tra Rio Saliceto, Carpi e Correggio. Dovrebbe essere una lettura obbligatoria, soprattutto per i giovani che hanno ascoltato, quando li hanno ascoltati, solo echi lontani e vaghi di quei fatti.

Il 1920 è l’anno in cui iniziano le sistematiche violenze squadriste il cui inno risuona sinistramente: e botte, botte, botte, e botte in quantità….l’aggressione a pacifici cittadini diviene, in quei tempi, un’abitudine sempre più violenta e mirata. I coraggiosi bastonatori arrivano quasi sempre da fuori città e si accaniscono sui componenti delle amministrazioni elette, sulle sedi del partito socialista e delle cooperative devastandole e mandandole a fuoco, irrompendo nei municipi e nei teatri, e aggredendo –infamia estrema-i partecipanti ai funerali.

Ma le bastonature e l’olio di ricino non sono i soli ingredienti degli attacchi: spesso e volentieri saltano fuori pistole e coltelli e così ci scappano i morti, come avviene nell’inverno 1920-21 a Correggio, dove vengono uccisi due militanti socialisti. Ed è in questo frangente che si capisce chiaramente da che parte stiano le forze dell’ordine e la magistratura giacché gli assassini vengono facilmente identificati ma messi in libertà provvisoria e saranno poi assolti in Corte di Assise.

In questo clima, le istituzioni, e in particolare i consigli e le giunte comunali, non riescono a funzionare: le bastonature e le aggressioni quotidiane (dodici in due settimane) intimoriscono molti eletti e ne impediscono l’accesso alle sale di riunione per cui il registro delle delibere comunali resta desolatamente vuoto per mesi e, nonostante le esortazioni del sindaco alla calma e alla riflessione, l’intero consiglio comunale è costretto a dimettersi.

Ma le aggressioni non finiscono anche dopo aver raggiunto questo onorevole risultato –proseguiranno fino alla marcia su Roma dell’Ottobre del 1922- e di una di queste sarà vittima Enrico stesso, il quale viene bastonato a sangue all’uscita dal tribunale dove aveva deposto sull’attacco alla cooperativa. Classica operazione -che oggi si direbbe mafiosa- di ammonizione e di castigo per chi è pronto a testimoniare la verità.

E’ da sottolineare che le carte d’archivio non ci hanno restituito solo le denunce delle vittime e dei loro parenti ma anche quelle in cui sono orgogliosamente rivendicate dai protagonisti stessi.

Enrico Bellesia nel 1964 a 85 anni.

Alcuni storici hanno stoltamente definito il periodo dal 1923 al 1938 l’epoca del consenso nei confronti del regime ignorando inspiegabilmente che non ci fu dissenso palese semplicemente perché tutte le voci del dissenso erano messe a tacere. Abbiamo conosciuto e conosciamo anche oggi quei paesi dove il consenso sembra unanime, ma sappiamo bene il perché: è lo stesso perché dei tempi del nostro fascismo. In realtà, come scrisse Calamandrei, questo periodo fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sotterranea disgregazione spirituale. Non si combatteva più nelle piazze dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine, nelle guardine della polizia, nelle aule dei tribunali speciali, nelle prigioni, tra i confinati, i reclusi, i fuorusciti. Venti anni di resistenza sorda: forse la più difficile, la più dura , la più sconsolata.

E sarà in questo clima che Enrico e i suoi famigliari tra cui il figlio Oddino, continueranno la loro lotta fino a quando la resistenza, dal 1943, diventerà armata, e la casa dei Bellesia, nei prati di Cortile, sarà il centro di raccolta dei partigiani di pianura, e vedrà passare personaggi come Bruno Losi e Alfeo Corassori che, dopo la guerra, diverranno sindaci di Carpi e Modena.

Torna alla mente una frase di Faulkner: ”Il passato non è mai morto e non è neanche passato”.