Remigrazione? Tra rimpatrio e integrazione
Realismo e risposte adeguate

C’è un termine che viene utilizzato sempre di più, mentre sino a poco tempo fa non esisteva.
E’ la parola “remigrazione”, il cui significato ultimo corrisponde in realtà a “ritorno forzato in patria”. Questo termine ha cominciato a circolare sui quotidiani nel 2024, quando venivano riportate le dichiarazioni dell’estrema destra austriaca e tedesca.
In Italia il termine è stato introdotto dalla Lega, ed è stato inteso non solo come rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche degli stranieri che non si vogliono integrare. In realtà vi è anche chi ritiene che remigrazione riguardi l’espulsione di tutti gli immigrati, anche di quelli che nel tempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana.

A voler considerare l’accezione più limitata di questo termine, saremmo comunque di fronte ad una impresa impossibile da realizzare.
Rinviare nei paesi di origine gli stranieri che hanno compiuto crimini in quegli stessi Paesi non sarebbe comunque facile, soprattutto per quel che riguarda i Paesi con i quali non si sono chiusi trattati riguardanti il problema. Ancora più difficile sarebbe rispedire nei paesi di origine tutti i clandestini.
Intanto c’è il problema della loro individuazione e poi quello di rendere esecutivi i rimpatri.
Va ricordato a tal proposito che i provvedimenti di rimpatrio sono circa 25.000 all’anno, ma di questi ne sono effettivamente eseguiti solo tra i 4000 e i 5500.

Totalmente velleitaria sembra poi un’altra azione compresa nella remigrazione: quella cioè di espellere dall’Italia gli stranieri che non si vogliono integrare. Con quali criteri si individuano coloro che non intendono integrarsi?
Nel caso invece che il termine riguardi in modo estensivo tutti gli immigrati di origine straniera, anche quelli che da anni hanno acquisito la cittadinanza italiana, saremmo di fronte a insuperabili problemi culturali, politici ed economici. Basti pensare che se anche si realizzasse una parziale remigrazione, quanti italiani sarebbero disposti a fare i badanti, a fare gli stagionali agricoli, a fare i muratori, a fare i turni di notte in certe industrie e servizi, e chi ancora andrebbe a fare le pulizie in uffici e condomini?

Per fare un esempio concreto si pensi solo all’ambito scolastico, che senza la presenza degli immigrati vedrebbe la chiusura di centinaia di scuole e la conseguente perdita di lavoro per migliaia di insegnanti.
Considerata la denatalità in atto in Italia da diversi anni e le sue conseguenze socioeconomiche, la remigrazione non sembra proprio la soluzione al problema, al netto delle considerazioni etiche e politiche. Siamo invece di fronte all’ennesimo slogan che illude di risolvere problemi estremamente complessi.

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