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I tempi che cambiano. La Festa dell’Unità

La fine di un rito consolidato per la città e per molti cittadini

di Mario Orlandi

E’ passata quasi sotto silenzio, la notizia che, la Festa dell’Unità di Carpi, che, dal dopoguerra in poi era un rito consolidato per la nostra città e per molti dei suoi cittadini, e che, dopo essere passata per vari luoghi topici della città, da alcuni anni, si svolgeva nell’area Zanichelli in Via Guastalla, non si tiene più, restando in vita, solamente quelle di Fossoli e Santa Croce. Questa cosa non poteva lasciarmi indifferente visto che, tra i miei ricordi di ragazzino, uno mi è rimasto particolarmente caro e riguarda giusto la festa dell’Unità. Così mi sono andato a riesumare uno scritto del 1999 che lo racconta.

E’ il ricordo di una scena ripetuta più volte, in più anni successi, verso la fine di Luglio, quando si stava per partire per il mare e, la festa dell’Unità, che allora si svolgeva al Foro Boario, a poche centinaia di metri dalla nostra abitazione, si concludeva con uno spettacolo di fuochi d’artificio. Eccezionalmente, per quella sola sera all’anno, ragazzini e ragazzine di casa Lugli e di casa Anceschi, venivano autorizzati dai genitori, a stare alzati fino a tardi per assistere allo spettacolo pirotecnico. Io, Fabrizio, Arturo e Luciano, Piera e Franca, salivamo nella soffitta di casa nostra ed assistevamo, in silenzio, ma con esclamazioni di meraviglia collettiva a quelle stupende luminarie. Me la ricordo come una scena Disneyana, con 6 testoline affacciate da un abbaino su un cielo illuminato di mille fuochi multicolori. Ma, a essere sincero, per quanto non indifferente alla bellezza dello spettacolo, io, ero tutto concentrato e ansioso per quello che sarebbe accaduto, e accadeva tutti gli anni, alla fine dei fuochi: il bacio d’addio. Al cadere dell’ultimo fuoco, preannunciato da un botto enorme, il buio calava sul sottotetto, e noi ragazzini, cominciavamo a baciarci e ad abbracciarci. Ovviamente, tra noi ragazzi, il bacio era una pura formalità sbrigata alla veloce, ma con le ragazze, i baci, rigorosamente sulle guance, erano insistiti e ripetuti e gli abbracci più prolungati e più stretti. Io, mi ricordo bene, cercavo di ritornare più volte ad abbracciare la Franca che era la più grande e la più bella, ma credo che anche gli altri, avessero, sotto sotto, lo stesso obbiettivo. Certo è che il giochetto doveva piacere anche alle ragazze, se è vero che il rito finiva per durare decine di minuti in una girandola di passaggi che terminava solamente all’arrivo o al richiamo di qualche genitore. Alla festa vera e propria, sia perché eravamo piccoli, sia perché apriva i battenti solo la sera dopo cena, sia, soprattutto perché, per le nostre famiglie, i comunisti erano quelli con tre buchi nel maso che mangiavano i bambini-solo mia madre non faceva parte della congrega-, ci andavamo poco. Quel poco però è bastato per rimandarmi un ricordo di tavolate ricolme di gnocco fritto e salame e di bicchieri rigurgitanti di lambrusco. Per me era, soprattutto, uno festa di gente povera ma genuina, accomunata sì da una fede politica, ma interessata soprattutto a divertirsi. Era un po’ come la nostra ultima serata dei fuochi d’artificio nel sottotetto: i fuochi e l’addio erano la scusa, i baci e gli abbracci, il vero scopo. E qui, ai miei occhi –che forse sbagliavano-, le bandiere rosse e i manifesti, erano il pretesto per la festa, la quale festa, però, restava il vero scopo.

In realtà, a parte le mie percezioni di ragazzino, la festa dell’Unità ha sempre presentato, in quegli anni e in quelli successivi, quando si trasferì dal Foro Boario allo stadio, forti connotazioni partitiche e politiche. Oltre alle bandiere rosse, si sprecavano i cartelloni pubblicitari (dipinti dal lavoro sapiente e instancabile di Eugenio Offsas) con immagini e slogan inneggianti al partito comunista e alla sua politica in favore delle classi più deboli, contro il governo democristiano, contro la NATO, e via discorrendo. E comunque, anche in quegli anni, non è certo che mancassero gnocco fritto, salame e lambrusco, anzi, direi che fu proprio allora, che l’aspetto culinario della festa, cominciò a prendere forma più spiccatamente, giacché comparvero i primi veri e propri ristoranti, la pizzeria, la spaghetteria, il pesce e nuovi vini. Certo, quello che mi colpiva, oltre al contesto multicolore e ai profumi di cucina, era l’instancabile operosità e abnegazione dei volontari, giovani uomini e donne, continuamente presi a montare e rimontare, cucinare e servire in tavola, fare da baristi, elettricisti, idraulici, cartellonisti, imbianchini, tutti sostenuti da una contagiosa allegria che si manifestava, spesso, con battute ironiche scambiate fra di loro. Molti di questi giovani, li avrei visti per molti anni successivi, sempre volontari, alla festa trasferita altrove, magari, un po’ ingrigiti e poi completamente imbiancati.

Una quindicina di anni fa, o forse più, la festa dell’Unità, si è spostata sotto casa mia, dove mi ero trasferito dopo essermi sposato (pare che questa festa mi segua passo passo come un segugio con la selvaggina), nell’area che ora ospita l’istituto tecnico Leonardo Da Vinci e l’istituto professionale G. Vallauri. Ma se dico sotto casa, voglio dire proprio sotto sotto, di fronte al soggiorno e alla cucina, appena al di là della strada, nell’area verde che, per tanti anni, ha rasserenato la nostra vista ….e c’è rimasta per tre anni consecutivi. Il guaio peggiore è stato la collocazione dell’orchestra, proprio sul ciglio della strada. Casa nostra, di sera, è diventata improvvisamente invivibile, e lo è rimasta per le 4-5 settimane di durata della festa. E’ stato il periodo in cui ho blindato le finestre con i vetri camera ai telai e le controfinestre all’esterno. In effetti, il rumore è risultato talmente attutito, che, in condizioni di rumorosità normale all’esterno, in camera nostra sembrava di essere dentro una cassaforte, ma, in soggiorno, con l’orchestra in azione, non lo era abbastanza per ascoltare la televisione senza alzare il volume a dismisura e, in camera da letto, non abbastanza per riuscire a dormire. Poi, il grande caldo -era sempre Luglio- ha fatto il resto: dopo un po’ si dovevano aprire le finestre, quindi ricascavamo inevitabilmente dentro la bolgia sonora. Così ho preso, allora, una decisione drastica: dopo cena, alla prima nota del trombone dell’orchestra, io uscivo – allora si poteva ancora andare in piazza e trovarci degli amici – e tornavo a mezzanotte, giusto quando l’ultimo violinista riponeva il suo strumento nella custodia. Mia moglie, invece, se ne stava tutto il tempo con le finestre aperte a guardare i suoi film, che, con la grancassa dietro la testa devono essere risultati come film muti. E comunque lei era serena e contenta così, al punto che, molto spesso, al mio ritorno, la trovavo addormentata sul divano.

Adesso la festa dell’unità è approdata nel luogo dove probabilmente resterà fino alla sua fine, ossia nell’area a fianco delle piscine, a 250 metri da casa nostra. Devo dire che, nonostante la distanza non sia poi tanta, a casa nostra non si sente più assolutamente nessun rumore. E così, a differenza dei tre anni del “prato di fronte”, alla festa ci vado spesso e volentieri. Dicevo che resterà fino alla sua fine, forse come tutto passa in questo mondo, anche la festa dell’Unità, finirà per restare solo un ricordo…. oppure no…. Per ora, una cosa è certa: di festa di partito non conserva più neppure l’ombra. La prima cosa che salta all’occhio per uno che l’ha vista per tanti anni come me, è il colore del portale d’ingresso, per cinquant’anni rigorosamente rosso, ora rigorosamente di tutti i colori tranne che rosso. L’anno scorso era completamente azzurro, quest’anno è giallo con in angolo una mela matura su campo verde di foglie (ma nessuna di quercia o di ulivo…). Di bandiere rosse dentro, per la verità, c’è n’è qualcuna, ma sono, quelle poche, collocate in posizione marginale, quasi si vergognassero a mostrare quella quercia dalle cui radici è definitivamente scomparso il tondino con la falce e martello. Il viale d’ingresso, è un’esposizione di auto di tutte le marche, dalle economiche, sempre meno, alle più lussuose, sempre di più. Gli stand espositivi, di tutte le categorie merceologiche, dagli elettrodomestici ai mobili, dai computer al vestiario, alla gastronomia, raggiungono, ormai, una superficie pari a quella dei sei, dico sei, ristoranti, e dei 5 bar: La Ghianda, Il Falò, Sapori e profumi di casa nostra, l’Osteria della Quercia, La pizzeria, Il pesce, Bar gelateria della piazza, Bar enoteca, la Cucombra, Il bar della collina, Bar della sinistra giovanile (tanto per tenere caldo un posticino ai nostalgici). La sezione spettacolo, sì e raddoppiata con l’arena per i grossi nomi della musica leggera e il reparto complessini locali dal lato opposto. Devo dire che la scelta mi pare particolarmente infelice soprattutto per quelli che stanno in mezzo e che si devono sorbire un mix tra Little Tony e la Bruciata Electric Band. La parte culturale è, in pura teoria, affidata alla grande libreria dove non posso fare a meno di cascare ogni volta: ma i libri sono quelli di tutte le librerie senza nessuna particolare evidenza alle pubblicazioni di politica: quest’anno la parte del leone spetta alla “Storia della canonizzazione Di Padre Pio da Pietralcina”. Ma, la cosa che mi ha meravigliato di più, in questi ultimi anni, è stata la progressiva diminuzione dello spazio riservato alla sala conferenze, che una volta, era uno spazio molto importante e privilegiato della festa, ora si è ridotto a un localino fuori mano con una ventina di sedie. Al posto dei comizi sulla giustizia e l’uguaglianza sociale e dei dibattiti dei rappresentanti di tutti i partiti sui temi cruciali della politica, quest’anno si registra “La produzione agro alimentare delle nostre terre” e “La lotta contro il cancro: novità e illusioni”. Uno che fosse paracadutato dentro la festa senza sapere dove, faticherebbe non poco a capacitarci di essere capitato dentro la festa dell’Unità” . E anche le facce che circolano in giro, non lo aiuterebbero più di tanto: non è più impossibile incontrare personaggi che una volta erano convinti monarchici o grandi fautori della reazione. Ovviamente, non è perché si siano convertiti alla sinistra: è semplicemente che sono interessati a una mangiata di pesce o all’acquisto di un condizionatore fuori orario. Per fortuna che ci sono sempre i fuochi artificiali alla fine della festa, sempre più grandi, sempre più belli e fantasiosi, sempre più ricchi, ora anche accompagnati da grandi musiche di sottofondo. Io, non manco mai di andare a vederli dalla collinetta di fronte a casa, e, alla fine, penso:- Chissà se anche la Franca è qui d’intorno e sta guardandoli………-.

 

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