Il mondo delle icone
di Brunetta Salvarani
“Noi definiamo […] che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini, sia dipinte che in mosaico […] debbano essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie”. Questa è la solenne dichiarazione con cui il Concilio Niceno II, nel 787, pose termine alla lotta iconoclasta ( di distruzione delle immagini) che per più di un secolo aveva dilaniato in modo crudele la vita della Chiesa Orientale. La Chiesa Occidentale, pur formando ancora con essa un corpo unico ( lo scisma definito avverrà, infatti, nel 1054), aveva assistito a quella diatriba come spettatrice, travisandone il significato e considerandola legata a un problema secondario. A piú di dodici secoli di distanza da quello che fu l’ultimo Concilio che vide la grande Chiesa cristiana unita, si nota nel mondo cattolico un certo interesse per le immagini sacre di origine bizantina – le icone- espressione essenziale della spiritualità cristiano-ortodossa. E che cos’è questa se non la dimostrazione che, pur nella diversità, la stessa radice ci accomuna? Ricordiamo un’efficace immagine dell’urgenza del dialogo ecumenico di s.Giovanni Paolo II che parlava della necessità, come cristiani, di respirare con due polmoni, quello orientale e quello occidentale, prendendo, come esempio, i protettori d’Europa s.Benedetto da Norcia e i santi Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi (cfr. Il discorso di Parigi del 31/05/1980).

Qual è il significato dell’icona? Bisogna sottolineare che l’icona (immagine di Cristo, della Vergine, dei Santi) esprime con forza un contenuto teologico: essa è la proclamazione, in linee e colori, del dogma cristologico dell’incarnazione. Per contrastare l’errore iconoclasta, legato alla legge mosaica che proibiva le immagini (cfr.Es.20,4), la Chiesa fu costretta ad elaborare una teologia che stabilisse i fondamenti biblici e patristici dell’immagine. Infatti, Giovanni Damasceno trovò nella Bibbia la giustificazione, e non la condanna, della rappresentazione figurativa. Anche tale grande Padre della Chiesa, come gli iconoclasti, citando brani dell’A.T. (cfr.Dt.4,12; Dt.5,8; Es.34,17) sostiene il divieto di rappresentare Dio, poiché Egli è invisibile, incommensurabile. Ciò, però, non vale più dopo la venuta di Gesú Cristo perché, con Lui e in Lui, l’incorporeo si è fatto uomo, il Figlio si è manifestato assumendo la nostra specifica condizione umana, si è incarnato per noi, e quindi lo si può rappresentare in immagini (Gv.1,14). L’icona intrattiene un rapporto particolare, ontologico, con il modello a cui si rifà: partecipando al “totalmente altro” rende presente la persona che raffigura.
L’icona è dunque una teofania, una manifestazione di Dio che si lascia contemplare. Per questo essa è considerata un “sacramento”, un segno sensibile della persona raffigurata, per cui si entra nella dimensione del mistero.
Nella religiosità orientale l’icona mantiene un carattere liturgico: per questo non si può permettere che un qualsiasi bravo pittore dipinga icone, ma è necessaria una preparazione particolare, una vita di ascesi e di preghiera. Al contrario, nella cultura occidentale, sono la personalità, l’inventiva, l’abilità dell’artista, il carattere originale e soggettivo dell’opera gli elementi che vengono maggiormente ammirati in un quadro. L’icona, invece, è trasmissione della Rivelazione divina e non dei sentimenti individuali e dello stato d’animo del pittore. È indicativo che, di norma, la prima opera che l’iconografo è chiamato a dipingere sia l’icona della Trasfigurazione: fare esperienza di Dio è innanzitutto contemplare la luce del Tabor ed imparare a dipingere seguendo quella illuminazione. Egli deve proclamare con la sua opera la gloria di Dio e la bellezza dell’umanità redenta, rispettando i modelli stabiliti dalla Chiesa e, prima della benedizione, il Vescovo deve riconoscerne la fedeltà.

Se l’Ortodossia non ha prodotto un sistema teologico complesso ed articolato come quello cattolico-romano o protestante è dovuto anche al fatto che l’icona possiede una capacità dimostrativa che dà la certezza al credente. Nella contemplazione dell’icona che ci mostra i “prototipi celesti” risiede, secondo l’arciprete Pavel Florenskij, morto in un lager in Siberia nel 1943, la più efficace dimostrazione dell’esistenza di Dio, al punto che conia questo sillogismo: ”Esiste la ‘Trinità’ di Rublëv [celebre icona del 1422 che si trova, ora, alla Galleria Tretyakov di Mosca] perciò Dio è”. Ciò spiega ancora come l’icona sia testimonianza silenziosa, ma efficace, dell’abbassamento di Dio verso l’uomo e dello slancio ardente dell’anima verso Dio.
Per il cristiano ortodosso, dunque, l’icona non è una semplice illustrazione della Scrittura, ma una santa immagine che mostra agli uomini il vero volto umano d’invio, Gesù Cristo. In se stessa, l’icona non è altro che un pezzo di legno dipinto, ma la consacrazione e la benedizione che riceve ne fanno uno dei luoghi della presenza di Dio, veicolo di grazia e sorgente della misericordia.
L’icona ci annuncia l’amore di Dio, il progetto di santificazione che Egli ha preparato per l’uomo e che prevede, per essere realizzato, un cammino preciso. “Consente -come afferma Florenskij- di saltare sopra il tempo e di vedere, sia pur vacillanti, le immagini, come in enigmi nello specchio, del mondo venturo”.
