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Paola: una vita da insegnante

Oggi a supporto di chi vuole imparare l’italiano

di Carlo Del Grande

Con questa intervista a Paola Goldoni, una veterana del progetto Ero Straniero, inauguriamo un ciclo di incontri che permetterà ai nostri lettori di conoscere, attraverso le loro voci, le persone dietro al progetto.

Paola: Sono carpigiana DOC e collaboro con Ero Straniero da almeno 12/13 anni. Ho iniziato su invito di un’amica che ormai non partecipa più al progetto e – come tutte le cose nella mia vita – non mollo mai e continuo. E tutti gli anni mi chiedo ‘Continuo?’ e alla fine mi propongo di continuare ancora per un anno e poi… Non conoscevo Ero Straniero ma ho iniziato e mi sono data da fare, accettando anche varie destinazioni. Nella storia ci sono state diverse sedi, dalla Casa del Volontariato a Carpi, fino a Fossoli, dove ho insegnato per alcuni anni, in un centro per anziani, oltre alla Canonica e ora Piazzale Baracchi, dove collaboro con Vanni Guaitoli.

Carlo: E prima di tutto questo chi era Paola?

P: Ero un insegnante di tedesco che ha girato tantissimo. Tre anni in Trentino, poi in giro per la provincia di Modena, per poi concludere a Correggio, passando da Carpi.

C: Quanto ti sta aiutando la tua esperienza da insegnante nel gestire corsi con adulti che non parlano italiano?

P: Da un lato mi ha aiutato per l’insegnamento di una lingua straniera a chi è scolarizzato. Dall’altra parte, per i casi di analfabetismo nella lingua d’origine, penso sia più adatta una maestra.

C: Che risposta hai avuto dagli alunni? Sappiamo che gli studenti hanno storie e provenienze diverse. C’è qualche aneddoto o un certo studente che ti è rimasto impresso?

P: Ho notato tante differenze nelle nazionalità. All’inizio, soprattutto a Fossoli, ho incontrato donne pakistane e indiane, spesso con un percorso un po’ obbligato: matrimonio, bambini, poca scolarizzazione, poche opportunità di uscire di casa e Ero Straniero dava la possibilità di affacciarsi fuori e incontrarsi. Qui a Carpi ho trovato un mix: donne ucraine, tendenzialmente scolarizzate, emancipate, oltre a persone con maggiori difficoltà. L’incontro che mi ha lasciato un segno è stato con una famiglia afghana, Adel, la prima che abbiamo incontrato qui con Maurizio, con cui collaboravo, al tempo. Fuggiti dai talebani, hanno frequentato tutti i nostri corsi ed è stato un incontro bellissimo. Tuttora la mamma è un’alunna. I ragazzi si sono perfettamente inseriti nel mondo del lavoro, uno di loro si è laureato, due lavorano in una struttura ospedaliera. Questo è stato un inserimento davvero felice e ci ha dato tanto, davvero tanto.

C: È una di quelle esperienze che ti motivano e ti fanno dire: “Insomma, si può fare!”.

P: Sì, un’esperienza molto positiva. Con le donne afghane, con cui ancora lavoriamo, ci sono scambi di ricette, di tè. Per esempio, per il loro Capodanno, il 21 marzo, ci hanno portato una macedonia con sette tipi di frutta. Sono persone che si pongono in modo molto apprezzabile, nonostante vengano da situazioni di grande disagio. Alla fine, tutte queste persone ci hanno dato più di quanto noi abbiamo dato loro.

C: Il cibo in effetti è un discreto ponte…

P: Sì, noi contribuiamo con il panettone, la colomba, con le nostre tradizioni. Dall’altra parte, l’anno scorso le studentesse turche ci hanno portato dei piatti strepitosi.

[Interviene anche Vanni Guaitoli, che ci sta ascoltando]: Lo scorso anno, come progetto di fine corso, abbiamo chiesto a tutti di illustrare una ricetta tipica della propria tradizione. All’ultimo incontro, hanno portato ciascuno il proprio piatto preparato con grande impegno. Avevamo cinque nazionalità e abbiamo assaggiato cinque piatti buonissimi che abbiamo condiviso insieme.

C: Mi dicevi che sei una persona di qua: sei nata e cresciuta a Carpi. E hai potuto vedere questo luogo cambiare, dal boom del tessile che ha portato tanto benessere a questi tempi così diversi. Ti capita di parlare con qualcuno del tuo lavoro come volontaria?

P: Sì, nata qui da una famiglia di qua. Non sono sposata, ho tre nipoti e cinque pronipoti. Le persone con cui ho parlato del progetto mi hanno sempre incoraggiata, apprezzando il mio impegno. Ho invitato qualcuno a vedere le lezioni ma non c’è ancora stata occasione. Devo fare una considerazione: quando vado in centro e passeggio sotto il portico, mi capita di confrontare la vita dei miei nonni con quello che vedo. Penso che, se mio nonno tornasse a vivere, non vedrebbe tanti carpigiani DOC, non sentirebbe parlare il dialetto ma tutte le lingue del mondo. Probabilmente direbbe, in dialetto: “Ma cos’è successo? Non si capisce più niente!”. Ma questa è la realtà e le persone che sono arrivate amano probabilmente andare in giro e godersi “il fuori”, le strade come i parchi. Capita di vedere dinamiche per cui ci sono gruppi di badanti, magari nel loro giorno libero, che si trovano presso una certa panchina e dall’altra parte uomini pakistani che in altri momenti occupano gli stessi spazi e che magari in quel caso restano in piedi a fumare. Capita di vedere pic-nic, probabilmente anche perché mancano altri spazi di ritrovo.

C: Un’ultima curiosità: cosa miglioreresti in questo progetto e che prospettive vedi per il futuro in una società in cui il ragazzo medio probabilmente neanche si pone il problema “straniero”, abituato a convivere in classe con coetanei provenienti dai luoghi più disparati?

P: Me lo racconta mia nipote, che va a prendere la bimba a scuola e dice: “Tra le mamme siamo metà italiane e metà straniere”. Sono soddisfatta del progetto così com’è e il bello di questo lavoro è che programmi da una parte ma devi essere pronta a improvvisare. Quest’anno soprattutto è l’anno dell’improvvisazione, viste le defezioni e le iscrizioni a corso già avviato e occorre essere disponibili a proporre sempre cose diverse. Per esempio, di recente un signore albanese, che frequenta il CPIA (la scuola ministeriale per adulti stranieri, ndC), ha avuto bisogno di supporto per i compiti che gli vengono assegnati lì e noi siamo qui, pronti a fornirglielo.

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