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Vanni: inventarsi insegnante. Come posso rendermi utile?

di Carlo Del Grande

Con questa intervista a Vanni Guaitoli, proseguiamo il ciclo di incontri che permette ai nostri lettori di conoscere, attraverso le loro voci, le persone dietro al progetto.

Vanni: Sono Vanni, sono in pensione da cinque anni. Sono stato invitato nel progetto Ero Straniero da una persona che mi ha detto che c’era questa possibilità. Ho iniziato l’anno scorso con Paola Goldoni e sono stato molto fortunato, perché ha una lunghissima esperienza d’insegnamento e da lei ho imparato tanto. Io non sono un insegnante e non ho mai fatto l’insegnante. Ho semplicemente messo a disposizione il mio tempo libero. L’anno scorso avevamo un gruppo omogeneo e abbiamo lavorato in coppia. Quest’anno il gruppo ha livelli di scolarizzazione diversi e ci siamo dovuti separare per seguire le diverse competenze degli studenti. Come dice Paola, in questo progetto bisogna saper improvvisare.

Carlo: Sì, questa difficoltà mi è stata riferita da diversi insegnanti. Però diventa una sfida interessante, perché da quanto mi dite, ci si mette molto in gioco e qualcosa di buono viene fuori.

V: Quello che è positivo, al di là della lezione e della grammatica, è la conoscenza reciproca delle culture. Una prima occasione mi è capitata quando ho dovuto ricorrere alla collaborazione di alcune badanti straniere per i miei genitori e l’interazione quotidiana ha permesso uno scambio personale molto ricco. Si mettono in comune delle cose. Per esempio, nella lezione appena conclusa abbiamo parlato della casa: in che casa abitate? Dove? Com’è composta? Io ho parlato della mia abitazione, ecc. Quindi, da una parte il libro rappresenta necessariamente una traccia e permette di introdurre gli articoli, gli aggettivi, i tempi verbali semplici, poi quelli più complessi, ecc. Dall’altra parte, l’approfondimento e la conoscenza personale costituiscono la parte più bella, al di là degli errori, delle parole non capite o dei suoni incomprensibili. Far sentire bene gli studenti, far capire che stiamo insieme e condividiamo insieme la stessa vita e gli stessi problemi quotidiani è sicuramente la cosa più bella.

C: Certo, chi dimostra sentimenti negativi dimentica la cosa fondamentale: che parliamo di persone. Le persone hanno una loro storia e una loro sensibilità. Da insegnante sono d’accordo con te sul fatto che percepisco la soddisfazione di qualcuno che in un mondo molto diverso dal proprio, in piccola parte si sente visto. “Allora, ci sono! Qualcuno ha avuto un pensiero per me!”. E non è difficile. Non ci costa niente: due ore del nostro tempo. Questo progetto è una cosa speciale.
Tornando a te, che tipo di attività facevi?

V: Sono sempre stato un impiegato nell’amministrazione pubblica. Prima nell’unità sanitaria e poi dieci anni all’ufficio postale e più di vent’anni in Comune, lavorando in biblioteca. Trovandomi in pensione, all’inizio ho collaborato, per un paio d’anni, con la biblioteca, poi mi sono guardato un po’ intorno: Auser, Croce Rossa… e poi ho visto la persona che citavo, Lorena, che mi ha dato questo spunto e fortunatamente ho avuto un accesso facilitato con Paola. Quest’anno invece, come dicevo, sono solo e mi trovo a insegnare a persone che usano un alfabeto diverso e si trovano ad affrontare la translitterazione nella nostra lingua che si fa molto complicata.

Ancora adesso, dopo cinque mesi di lezioni, capita di riscontrare difficoltà nel distinguere i suoni “e” e “i” oppure “o” e “u”. Ma va bene: ci vuole del tempo e pazienza, correggerli e aiutarli. Io non so che cosa sto facendo (sorride). Cerco di farlo al meglio col mio buon senso che penso possa essere utile per loro, facendomi guidare dal libro e introducendo delle cose. Spero sia il mix adatto per loro. Quello che mi incoraggia è che ho visto dei progressi nella lettura e nella scrittura. Pensare che possono leggere messaggi, insegne, informazioni, ecc.

C: Mi viene in mente uno nostro studente che ha preso l’abitudine di fare le telefonate per conto dei suoi connazionali e alla fine, pur con qualche difficoltà, riesce a ottenere il risultato. Occorre lanciarsi, no? Come nella pratica di tutte le lingue.

V: Esatto. Abbiamo incontrato delle donne molto riservate, forse anche molto timide. Però ho visto che dopo un po’ di tempo fanno delle domande, parlano con la voce più alta, prendono più coraggio nel leggere. Quindi notiamo progressi non solo nella lettura o nello studio, ma anche nel rapportarsi con gli altri, nell’avere maggiore fiducia. Quando vanno via mi salutano dicendo “Ciao, Maestro!” (ride). Non sono mai stato un maestro! Ma c’è una forma mista tra rispetto e amicizia. È il mix ideale per far capire che siamo come loro, siamo uno di loro.

C: Mi dicevi che sei di Carpi, sei cresciuto qui?

V: Sì. Ho sempre abitato in una frazione ricca della città, Santa Croce. Quindi mi capita di notare cambiamenti nella composizione etnica di Carpi soprattutto quando vado in centro, cosa che non mi accade molto frequentemente da quando sono in pensione. Io abito nell’unico condominio nella zona: siamo 36 famiglie e c’è una sola famiglia straniera. Per esempio, c’è un mio amico, in pensione da prima di me, che si è impegnato con la parrocchia di Santa Croce per trovare un appartamento per cinque ragazzi stranieri. Dalla sua esperienza e dalle difficoltà che mi ha raccontato, capisco cosa si sta muovendo e il momento che stiamo vivendo. Mio figlio è cresciuto nella zona Bollitora, dove ci sono molti stranieri, e adesso che fa l’insegnante mi riferisce che un terzo dei suoi studenti non hanno origini italiane. Non viviamo in una grande città e quei problemi estremi di disagio, emarginazione e microcriminalità che vediamo lì, qui non ci sono. La convivenza è più facile. Non l’integrazione, perché non è necessaria, basta convivere. Penso che nelle cittadine più piccole sia più semplice, cominciando dalle scuole. Ho fiducia che i ragazzi apprezzino e capiscano questo fenomeno, perché la società è più ricca, più vivace, più dinamica se è diversa. Se abbiamo paura, si blocca tutto.

C: Concordo. La storia dell’umanità è piena di persone che si muovono per cercare condizioni di vita migliori. Anche senza andare troppo indietro, basti pensare all’immediato dopoguerra e a quanto abbiamo popolato Paesi del Sud America o, per restare in Europa, la Francia, il Belgio e la Germania… la sensazione è che le persone non ricordino.

V: A proposito di questo, ti voglio raccontare un episodio: Carpi è stato un paese di immigrazione interna negli anni Sessanta, quando c’è stato il boom del tessile e dell’abbigliamento. Tante famiglie campane (dell’Avellinese e del Casertano, soprattutto) si sono trasferite qui. Nel nostro condominio, in cui abitano persone di origine meridionale, sono venute a informarsi delle persone straniere, interessate a trasferirsi nel palazzo. Il giorno dopo è comparso un messaggio in bacheca: “Secondo me è meglio fare attenzione a chi si affitta l’appartamento, perché sapete che con gli stranieri poi gli appartamenti si deprezzano…”.

Chissà… c’è sempre qualcuno che è più povero di te, che è più emarginato e che, quando riesce a conquistare uno status sociale migliore, viene visto come una potenziale minaccia. È un meccanismo molto brutto che presuppone che ci sia una gerarchia.

C: Sì, è un meccanismo tristemente noto. Parlando del progetto, che criticità hai incontrato nell’insegnare l’italiano agli stranieri?

Una cosa che ho notato in questi primi anni di esperienza è la grande dispersione. Quest’anno siamo partiti in 14 e dopo due mesi eravamo circa la metà. Qualcuno è tornato al proprio Paese, qualcuno si è iscritto al CPIA (la scuola per stranieri adulti del Ministero, ndr), qualcuno, purtroppo, non si è più visto. E mi chiedo: “Ho fatto degli errori? Quali? Le loro aspettative o le mie erano così distanti?”. Mi restano dei dubbi su quello che faccio.

C: È un problema diffuso. Comprendo questi dubbi e il farsi delle domande. Aggiungo un tentativo di risposta: in minima parte, il fenomeno dell’abbandono può spiegarsi col fatto che non siamo ciò che cercavano. Secondo me, però, una cosa da non sottovalutare è l’estrema precarietà del quotidiano di una persona migrante. Le persone che frequentano i nostri corsi in larga parte non lavorano. Insomma, non sottovalutiamo il caos nella vita di qualcuno che sta decidendo… cosa fare della propria vita.

V: Sì, avendo iniziato solo l’anno scorso e trovandomi solo quest’anno, queste domande si fanno insistenti. Penso che sia una mia responsabilità. Ma è vero anche ciò che dici. La precarietà dell’essere straniero porta a tanti imprevisti. Da parte mia penso di continuare nei prossimi anni. Quando ti prepari per la lezione pensi se quell’argomento sarà utile, se incontrerà il loro favore, se non sia troppo difficile… poi, quando sei in aula con loro, la tensione sparisce e vedi che hai stabilito questo clima conviviale: una parola tira l’altra, un esercizio tira l’altro e così via. E questo ti permette di dire che stiamo facendo delle cose belle.

2 risposte a “Vanni: inventarsi insegnante. Come posso rendermi utile?”

  1. Antonella

    Bellissimo articolo!
    Complimenti a Carlo che lo ha scritto ed a Vanni che ci ha tramesso la passione con cui ha intrapreso questa avventura, non tralasciando le difficoltà, le domande insistenti.
    C’è tanta luce in questo racconto!!!
    Sento che stiamo tessendo un bel tappeto ricco di colori diversi ed inserti preziosi.

    1. Raffaele Facci

      Certo Antonella. Siamo contenti che il giornale si faccia comunicatore di quel che vive chi è in EroStraniero. Comunicatore e diffusore, abbiamo infatti un gran bisogno di gioco di squadra. “Sento che stiamo tessendo”.Dici.Importante, per essere contagiosi e fare sì che “La sovranita’ appartenga al popolo. Un popolo sempre più di tutto il mondo. Oltre individualismo e delega. Un potere sereno, solidale. Partecipi con progettualità condivise, dal basso. Per non dipendere da poteri finanziari e/o tecnologici.

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2 pensieri riguardo “Vanni: inventarsi insegnante. Come posso rendermi utile?

  • Bellissimo articolo!
    Complimenti a Carlo che lo ha scritto ed a Vanni che ci ha tramesso la passione con cui ha intrapreso questa avventura, non tralasciando le difficoltà, le domande insistenti.
    C’è tanta luce in questo racconto!!!
    Sento che stiamo tessendo un bel tappeto ricco di colori diversi ed inserti preziosi.

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    • Raffaele Facci

      Certo Antonella. Siamo contenti che il giornale si faccia comunicatore di quel che vive chi è in EroStraniero. Comunicatore e diffusore, abbiamo infatti un gran bisogno di gioco di squadra. “Sento che stiamo tessendo”.Dici.Importante, per essere contagiosi e fare sì che “La sovranita’ appartenga al popolo. Un popolo sempre più di tutto il mondo. Oltre individualismo e delega. Un potere sereno, solidale. Partecipi con progettualità condivise, dal basso. Per non dipendere da poteri finanziari e/o tecnologici.

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