Creare relazioni. Intervista a padre Emanuele della Comunità di Villaregia
EroStraniero significa riconoscere nell’altro un fratello
intervista a cura di Adriana Rampino
1. Padre Emanuele, racconti ai nostri lettori la sua vita nel solco della missione.
Se dovessi individuare un punto di partenza, non parlerei di una vocazione improvvisa, ma di una domanda che ha abitato la mia giovinezza: che senso voglio dare alla mia vita?

Sono nato a Cagliari e, dopo alcuni anni di totale allontanamento dalla pratica della fede, durante il primo anno di Ingegneria Elettronica all’Università ho iniziato ad avvertire un forte desiderio di dedicare la mia vita agli altri. Non cercavo ancora Dio; cercavo una vita che avesse un significato profondo.
Questa ricerca mi ha portato a incontrare la Comunità Missionaria di Villaregia. Attraverso le prime esperienze di volontariato ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo: mentre cercavo di donare tempo e attenzioni agli altri, stavo riscoprendo un Dio vivo, capace di dare senso alla mia vita. È stato un cammino graduale, fatto di incontri, di domande e di piccole scelte quotidiane, fino alla decisione di entrare nella Comunità a vent’anni.
Due anni dopo sono partito per la Costa d’Avorio. Quella che doveva essere una missione è diventata una vera scuola di vita: dodici anni trascorsi condividendo la quotidianità delle persone, imparando una cultura diversa e comprendendo che la missione non consiste nel portare risposte già pronte, ma nel camminare insieme.

Tra il 2014 e il 2018 ho vissuto una parentesi in Italia, nella provincia di Brescia, proprio negli anni del grande aumento degli sbarchi nel Mediterraneo. Ho lavorato accanto a migranti e richiedenti asilo, accompagnando percorsi di accoglienza e integrazione. Ripensando oggi al nome del vostro giornale, EroStraniero, mi rendo conto che quella pagina del Vangelo prendeva corpo ogni giorno: lo straniero aveva un volto, una storia, un nome.
Da alcuni anni vivo in Etiopia, prima a Robe e oggi nella nuova missione di Ghinnir, nel sud-est del Paese. Qui, però, è successo qualcosa di ancora più significativo: ho scoperto di essere io lo straniero.
Viviamo in un territorio a larghissima maggioranza musulmana, dove circa il 97% della popolazione professa l’Islam. È un contesto molto diverso da quello da cui provengo, che mi ha chiesto e continua a chiedermi un grande investimento umano e culturale: imparare tre lingue, approfondire la conoscenza dell’Islam, entrare con rispetto nella cultura locale, comprenderne i valori, i simboli e i modi di vivere.

È qui che ho capito con maggiore chiarezza che la missione significa anzitutto entrare in casa d’altri. Non si arriva con la pretesa di occupare uno spazio o di imporre un modello. Si entra in punta di piedi, si ascolta, si osserva, si impara. In Etiopia ho scoperto che la missione cresce molto più al ritmo dell’accoglienza che le persone decidono di offrirti che non al ritmo delle iniziative che riesci a organizzare. Prima ancora di fare qualcosa, bisogna ricevere il dono della fiducia.
Per questo il titolo del vostro giornale mi colpisce profondamente. Ero straniero non è soltanto una frase del Vangelo o un invito ad accogliere chi arriva da lontano. È anche la condizione del missionario. Ogni giorno mi ricorda che sono ospite, che la mia presenza è un dono ricevuto prima ancora che offerto. E forse è proprio da qui che nasce la missione: non dall’idea di avere qualcosa da insegnare, ma dalla disponibilità ad ascoltare, a costruire relazioni gratuite e a lasciarsi trasformare dall’incontro. In fondo, il messaggio è semplice: non sono qui per guadagnarci qualcosa, sono qui per te.
2. Nelle sue omelie, come nelle foto, non passa inosservato il suo entusiasmo, anche dinanzi a missioni vastissime, come quella di prima evangelizzazione in Etiopia. Qual è la motivazione che fa di lei una presenza significativa in terre di grande povertà?
Non so se sia corretto dire che sia io una presenza significativa. Credo che il rischio, quando si parla di missione, sia quello di attribuire troppo peso al singolo missionario. In realtà da soli si fa ben poco.

Penso piuttosto che sia significativa una comunità cristiana che vive il Vangelo con semplicità e coerenza, anche quando è molto piccola e numericamente minoritaria. Mi viene in mente un’espressione di san Paolo: “Abbiamo questo tesoro in vasi di argilla.” Il tesoro è il Vangelo; i vasi di argilla siamo noi, con tutti i nostri limiti. La forza della missione non nasce dalla nostra bravura, ma da ciò che custodiamo e cerchiamo di testimoniare.
Questo è particolarmente vero qui in Etiopia, dove viviamo in un territorio a larghissima maggioranza musulmana. Essere una minoranza ci impedisce qualsiasi atteggiamento di autosufficienza e ci ricorda ogni giorno che il bene si costruisce insieme.
Per questo considero fondamentale lavorare con tutte le forze positive del territorio: le istituzioni, i leader religiosi, gli insegnanti, gli operatori sanitari, le associazioni locali, le donne e gli uomini che desiderano il bene della propria comunità. Nessuno cambia la realtà da solo.
Anche nel campo della promozione umana cerchiamo di vivere questo stile. Il nostro compito non è sostituirci alle persone né creare dipendenza. Se un aiuto rende qualcuno sempre più dipendente da chi lo offre, probabilmente non è un buon aiuto. Cerchiamo piuttosto di offrire una prima opportunità, un accompagnamento, una formazione, gli strumenti necessari perché siano le persone stesse a diventare protagoniste del proprio futuro.

Lo vediamo, ad esempio, nei progetti di formazione professionale o di sostegno alle donne: la soddisfazione più grande non è vedere che un progetto funziona grazie a noi, ma accorgerci che, dopo un primo tratto di strada percorso insieme, le persone continuano a camminare con le proprie gambe. È allora che la missione raggiunge il suo scopo.
Quanto all’entusiasmo, credo che nasca proprio da qui. Non dal pensare di poter risolvere i problemi, ma dal vedere che basta una piccola scintilla, accesa al momento giusto, perché qualcun altro trovi la forza di alimentare il fuoco. La missione non consiste nell’essere protagonisti del cambiamento, ma nell’avere la gioia di contribuire, anche solo in piccola parte, a far emergere le risorse e la dignità che Dio ha già seminato nella vita delle persone.
3. Ci può raccontare un momento di missione particolarmente difficile? E un momento, invece, particolarmente gioioso?
In tanti anni di missione non sono mancati momenti molto impegnativi. Tra quelli che porto maggiormente nel cuore c’è certamente il conflitto post-elettorale che ha attraversato la Costa d’Avorio nel 2010-2011. Vivere una guerra dall’interno significa fare esperienza dell’incertezza quotidiana, vedere famiglie spezzate, persone costrette a fuggire, comunità attraversate dalla paura. Sono esperienze che ti segnano profondamente.
Negli anni successivi, anche in Etiopia, non sono mancate situazioni difficili: periodi di tensione sociale, gli effetti della siccità, la povertà, le ferite lasciate dalla violenza sulle donne, le conseguenze dei conflitti che hanno interessato diverse aree del Paese.
In quest’ottica e col passare degli anni, le mie difficoltà personali hanno assunto un peso sempre più relativo. La missione ti mette continuamente davanti alla sofferenza degli altri: incontri persone che hanno perso tutto, famiglie che affrontano prove enormemente più grandi delle tue, giovani che lottano ogni giorno semplicemente per costruirsi un futuro. Questo non elimina la fatica del missionario, ma la ridimensiona e ti insegna a guardare la realtà con maggiore umiltà.

Le gioie, invece, sono tante e spesso molto semplici.
C’è la gioia di vedere una persona ritrovare fiducia nelle proprie possibilità grazie a una piccola opportunità: una donna che, attraverso un percorso di formazione, conquista un’autonomia economica; un ragazzo che riesce a completare gli studi; una famiglia che ritrova speranza dopo un momento difficile. Sono cambiamenti che appartengono anzitutto alle persone stesse, nei quali abbiamo avuto il privilegio di offrire un piccolo contributo.
Ma, forse, la gioia più grande è un’altra. È vedere che la missione diventa contagiosa. Quando una persona, una famiglia, un volontario o un benefattore scoprono che anche loro possono essere parte di questo cammino e iniziano a mettersi in gioco con entusiasmo, capisco che la missione sta facendo il suo lavoro.
In fondo, il Vangelo si diffonde proprio così: non attraverso grandi imprese individuali, ma attraverso persone che accendono altre persone. Se il nostro servizio riesce a suscitare questo desiderio di camminare insieme agli altri e di prendersi cura del prossimo, allora credo che abbia raggiunto il suo scopo.
4. Qual è la giornata tipo in missione?
La risposta potrebbe sembrare curiosa, ma direi che non esiste una giornata tipo. E questo non è un limite: è una scelta.
Come Comunità Missionaria di Villaregia cerchiamo di vivere con uno stile essenziale e agile. Naturalmente ci sono alcuni punti fermi, soprattutto i momenti di preghiera comunitaria e l’Eucaristia, che sono il cuore della nostra vita. Ma, al di fuori di questi, preferiamo mantenere una struttura leggera, perché sia la missione – e non il nostro programma – a scandire il ritmo delle giornate.
Cerchiamo di organizzare il nostro tempo in modo da non diventarne prigionieri. Se qualcuno bussa alla porta, se arriva una richiesta urgente da un villaggio, se una famiglia ha bisogno di essere ascoltata o un imprevisto richiede la nostra presenza, desideriamo poter rispondere senza dire: “Aspetta che finisca ciò che avevamo programmato”. In missione gli imprevisti non sono un’interruzione del lavoro: molto spesso sono il lavoro.

Vivendo in un territorio molto vasto, molte giornate sono dedicate agli spostamenti per raggiungere le comunità più lontane… e difficilmente una giornata si svolge esattamente come l’avevamo immaginata al mattino.
Questa flessibilità è anche una scelta spirituale. Cerchiamo di lasciare spazio all’inatteso, perché crediamo che la missione chieda anzitutto disponibilità. In fondo, il tempo non è nostro: appartiene alle persone che il Signore mette sul nostro cammino.
5. Padre Emanuele, i lettori di EroStraniero come possono essere partecipi del suo impegno missionario?
La prima forma di partecipazione è sentirsi parte della stessa storia. La missione non appartiene solo ai missionari: appartiene a tutta la Chiesa e, in fondo, a ogni persona che desidera costruire un mondo più giusto e più fraterno.
Si può partecipare anzitutto informandosi, lasciandosi interrogare da realtà che spesso rimangono ai margini dell’attenzione internazionale e imparando a guardare il mondo anche dalla prospettiva di chi vive nelle periferie. La conoscenza è già una forma di solidarietà.
Naturalmente c’è anche la possibilità di sostenere concretamente i nostri progetti. In Etiopia accompagniamo percorsi di educazione, formazione professionale, tutela dei diritti delle donne, assistenza sanitaria e sviluppo delle comunità locali. Ogni contributo diventa un’opportunità concreta perché qualcuno possa costruire il proprio futuro con le proprie forze.
Ma credo che il sostegno più prezioso sia un altro: creare relazioni. Quando una persona decide di seguire il cammino di una missione, di condividere le sue storie, di pregare per quella comunità o di farsene ambasciatrice presso altri, nasce una rete di fraternità che supera i confini geografici. È questa rete che rende possibile la missione.
Per questo mi piace concludere con l’immagine che attraversa tutta questa intervista. Ero straniero non è solo un invito ad accogliere chi arriva da lontano. È un modo di vivere. Significa riconoscere nell’altro un fratello prima ancora di vedere le differenze che ci separano. Se riusciamo a fare questo, ciascuno nel proprio ambiente, allora siamo tutti, in qualche modo, missionari.
Una risposta a “Creare relazioni. Intervista a padre Emanuele della Comunità di Villaregia”
-
Grazie di tutto Emanuele Teresa Serge ed Elena.

Lascia un commento