Il Postino del Campo di Concentramento di Fossoli. 1944-1945

Se la vicenda del giorno della liberazione è un ricordo vivo nella mia mente, quest’altra vicenda, nasce dai racconti postumi di mio padre e, soprattutto, di mia madre. Era una cosa che, ai tempi in cui accadde, non era prudente, raccontare a un bambino.
Tra il 1944 e il 1945, mio padre, impiegato tecnico alla Cooperativa Muratori, in qualità di addetto ai lavori di costruzione e manutenzione dei fabbricati del campo di concentramento di Fossoli, si recava in bicicletta, pressoché quotidianamente, in quel cantiere. Cantiere che “ospitava”, come noto, i deportati ebrei e politici in attesa di partire per i campi di sterminio.

Nell’adempimento dei suoi compiti, aveva una certa libertà di movimento all’interno del campo, e poteva venire, spesso, a contatto coi deportati, dai quali riceveva, sottobanco, a volte, lettere e biglietti da spedire ai famigliari. Ovviamente la cosa non era priva di rischi. La posta, che quasi sempre aveva un destinatario di comodo e un mittente con nomi e cognomi di pura fantasia, veniva infilata tra le carte della contabilità dei lavori in corso che mio padre portava sempre con se dentro una cartella di cuoio. Il tragitto tra Fossoli e Carpi, quando il tecnico diventava postino, era fatto con apparente tranquillità ma con non poca ansia. In città poi, doveva fare molta attenzione a incollare un francobollo e imbucare le lettere, ogni volta in una buca diversa, possibilmente lontano da occhi indiscreti.

Certo è che qualcosa o qualcuno deve avere insospettito chi di dovere se una mattina, in cui mia madre era sola, irruppero, a casa nostra, alcuni brutti ceffi con la camicia nera e senza chiedere permesso, rovistarono in ogni angolo della casa. Non trovarono nulla, ovviamente, e, alla fine, chiesero anche scusa.
Mia madre fece una bella litigata con mio padre al suo ritorno. Però non ho mai saputo se il postino abbia smesso il suo doppio lavoro.


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