Per incontrare l’altro. Leoni da tastiera?
Raggiungiamo la persona

Un venerdì pomeriggio qualunque io e una mia collega siamo in piazza a Carpi, siamo ferme vicino all’edicola di fronte alla Curia Vescovile e assistiamo a questa scena.
Alcuni bambini tra i quattro e i sette anni, molto probabilmente dalle caratteristiche somatiche, figli di stranieri, stanno giocando con alcune biciclette tra il portico e il sagrato del Duomo. Uno dei più grandi, in sella a una bicicletta da adulto, si immette, senza fare troppa attenzione, da via E. Loschi verso la piazza. Nel frattempo, da corso Fanti in direzione corso Cabassi, arriva a velocità sostenuta una giovane donna in bicicletta che, per evitare lo scontro, grida: «Attento!».
Il bambino si ferma e lei, con una manovra repentina, evita l’impatto e prosegue la sua corsa. Passandogli davanti gli urla: «Ma che cxxxo fai? Sei un ritardato mentale, come tutti!».

Dall’ombra del portico esce un ragazzo, avrà avuto quattordici, forse quindici anni. Doveva essere il fratello di uno dei bambini e le grida: «Ti sembra questo il modo di parlare a un bambino? In che mondo vivi? Ma come sei messa?».
La donna blocca la bicicletta e fa per tornare indietro. Mentre è in manovra viene affiancata da un passante, un signore brizzolato, molto alto e ben piantato.
I due parlottano per un po’, poi l’uomo alza il braccio e, con la mano, fa cenno al ragazzino di avvicinarsi e gli intima: «Vieni a chiederle scusa e datevi la mano».
Nel frattempo un altro passante, con i capelli quasi bianchi chiede: «Che cosa ha fatto l’extracomunitario?».
Tre adulti coalizzati contro un ragazzino per metterlo in difficoltà: non va bene. Sto ancora elaborando questo pensiero quando una signora sulla cinquantina, seguita da un’altra donna, che probabilmente hanno assistito anche loro alla scena, si dirigono a passo deciso verso la coppia e una delle due afferma a voce alta: «Eh no, è la signora che si è comportata male».
L’uomo apostrofa la donna con un: «Ecco, arriva lei!». Ma ciò non arresta la loro avanzata.
Ciò che è accaduto dopo mi ha fatto pensare che Manzoni avesse ragione: «Chi è in difetto è in sospetto».
Il passante dai capelli quasi bianchi, audace contro un ragazzino ma un po’ meno contro due energiche signore, senza dire una parola si dilegua.
Le due donne non sono ancora abbastanza vicine per poter parlare con calma che la giovane donna, vittima dell’offesa, monta sulla bicicletta e, a pedalate vigorose, si allontana.
Il giudice improvvisato rimane da solo ad affrontare le due paladine della giustizia. Le due donne gli spiegano che la fuggitiva aveva insultato il bambino chiamandolo «ritardato mentale». Il giustiziere si guarda intorno in cerca di aiuto, poi, un po’ imbarazzato e molto in difficoltà, afferma sottovoce: «Ero un po’ lontano e non ho sentito bene. Così cambia tutto». Gira sui tacchi e se ne va.

Le due donne si avvicinano al ragazzo, che nel frattempo sta parlando con un giovane uomo. Si scambiano qualche battuta e poi si dividono. L’ordine cittadino è ristabilito. Torna la quiete.
Di fronte a un episodio simile mi sono chiesta: «Se non fossero intervenute quelle due signore, sarebbe stata fatta davvero giustizia? Quale esempio di adulti abbiamo dato a quei ragazzini?».
Trent’anni fa quei ragazzini sarebbero stati rimproverati per essere stati maldestri, ma di certo non insultati perché ritenuti stranieri.
I tempi sono cambiati, la situazione è cambiata e anche noi siamo cambiati. Ma cosa siamo diventati?
Ogni tanto visito alcune pagine dei social dove i cittadini possono pubblicare fotografie o commenti su ciò che non apprezzano della nostra città.

E, ogni volta che qualcuno posta un commento e una fotografia, come il «la» dato dal direttore d’orchestra, parte un carosello di commenti che attribuisce la colpa all’amministrazione comunale, agli incivili, agli extracomunitari e, chi più ha fantasia, più ne metta. Sono commenti dettati dalla pancia. Dai botta e risposta emerge un crescendo di aggressività, rabbia e denigrazione, senza alcun timore di offendere.
Ogni volta che li leggo mi sorprendo a chiedermi: «Ma perché? Tutto questo serve davvero a migliorare la nostra qualità di vita?».
Gandhi diceva: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».
Ti danno fastidio i rifiuti lasciati nei parchi? Diventa tu il nobile esempio del cambiamento. Scendi dal divano, smetti di essere un leone da tastiera e unisciti a un gruppo di plogging.

Non trovi giusto andare a pulire dove altri hanno sporcato? Questo ti fa nascere rabbia? Chiediti perché.
I volontari del plogging lo fanno e sono tranquilli e sereni. Allora dov’è il problema? Nell’evento o nel modo in cui lo guardiamo?
Nelle relazioni tra cittadini il sospetto, la paura e l’aggressività sono palpabili e la fanno da padrone. Ma tutto questo dove ci porterà?
La vera domanda, però, è: «Per tutto questo c’è un rimedio?».
Io credo di sì, perché ci sono tante persone di buona volontà che vogliono migliorare la propria vita e quella degli altri. E ci stanno lavorando.

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