Ad ogni vita la sua colonna sonora

E’ un linguaggio universale la musica.
Ogni film che vediamo ha una sua colonna sonora così come ne ha una la nostra vita.
Per i nati in tempo di guerra la colonna sonora inizia con le canzoni che si ascoltavano alla radio e che cantavano i nostri genitori, canzoni del ventennio ( ventennio del quale è possibile salvare due cose sole: l’architettura, dove emergono i nomi di Gio’ Ponti, Giuseppe Terragni, Giovanni Muzio, e le canzoni dei compositori in auge in quei tempi: Bixio, D’Anzi, Ruccione, Cherubini).
Era frequente, in casa mia, sentire intonare da mia madre arie come: “Ma l’amore no“, “Se potessi avere mille lire al mese“, “Come pioveva”, “Maramao perché sei morto“, tutte canzoni dal contenuto assolutamente irrilevante dal punto di vista sociale e civile come imponeva il regime fascista per il quale era meglio cantare “Faccetta nera“, “Giovinezza“, “Passano i battaglioni“…..

Quando arrivò la nostra gioventù tra il 1955 e 1960, irruppero nel programma musicale della radio (e anche della neonata televisione) le nuove canzoni: quelle degli urlatori – Tony Dallara in primis con le sue: “Come prima” e “Ti dirò“, Adriano Celentano con “Il ragazzo della Via Gluck“, “Ventiquattromila baci”, Joe Sentieri con ”E’ mezzanotte”, Gino Paoli con “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, cantate dopo anche da quella meravigliosa cantante che risponde al nome di Mina (Celentano e Mina diventeranno, poi, due icone del nostro panorama musicale) per non dimenticare il cantante-poeta Fabrizio De Andrè e il cantante visionario Franco Battiato. E, impareggiabile, quella di Domenico Modugno col suo “Nel blu dipinto di blu” divenuta celebre in tutto il mondo come ”Volare”. Ma qui l’elenco sarebbe lunghissimo, basta citare alcuni nomi Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, Gianni Morandi, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, quasi tutti facenti parte di quella nuovi schiera dei cosiddetti cantautori che col passare degli anni diventeranno pressoché dominanti.
Fu in quegli anni che si affermarono le canzoni di cantanti stranieri e soprattutto, americani, canadesi e inglesi: Paul Anka con “Diana” e “You Are My Destiny”, Neil Sedaka , Bobby Darin, Elvis Presley il re del Rock and Roll, John Miles con “Music” – “musica” appunto – che è rimasta indimenticabile anche per il testo: “La musica è stata il mio primo amore e sarà anche l’ultimo, musica del futuro e musica del passato. Vivere senza la musica sarebbe impossibile perché in questo mondo di guai la musica, la mia musica, è l’unico sostegno della mia vita”.

Ma chi, più di tutti, ha segnato la musica degli anni della fine del secolo è stato Frank Sinatra che ha tenuto banco per quasi mezzo secolo ed è stato complice del destino sentimentale (il mio compreso) di tante coppie con la canzone: “Strangers in the night” ( insieme a quella di Tenco: ”Mi sono innamorato di te”).
Tutte queste canzoni riempivano il soggiorno di casa quando si facevano le festine con quegli strani oggetti che si chiamavano dischi a 78 o a 33 giri che si posavano su quell’altro strano oggetto chiamato giradischi e lì accanto trovavi le paste e la coca cola e qualche volta alcune bottiglie di alcolici leggeri.
E la musica entrava dentro ai ballerini che cominciavano con lo stringersi l’un l’altra, via via che la luce del giorno calava. In casa le luci rimanevano spente. Era allora che ognuno capiva se il suo partner sarebbe potuto diventare anche un suo compagno\compagna per i prossimi giorni o le prossime settimane, o chissà, per i prossimi anni. A qualcuno è accaduto che lo sia diventato per la vita.

Certo che l’orgoglio di noi italiani è stata la grande lirica, e qui come non citare i nomi di Bellini, Verdi le cui stupende romanze fecero da sfondo propulsore al nostro Risorgimento. Puccini che ci ha incantato con melodie meravigliose supportate peraltro da testi poetici messaggeri di sentimenti immortali e universali come l’amore, la gioia, il dolore, la morte, anche se ambientati, in parte, in terre lontane come Parigi, la Cina e il Giappone. Poi Mascagni con la sua “Cavalleria rusticana”, Leoncavallo coi “Pagliacci”, Giordano con “Andrea Chenier”, Amilcare Ponchielli con “La Gioconda”.
Le persone che apprezza questa musica con questa poesia, possono considerarsi una categoria a parte: è il melomane che, ad ogni romanza, sente dentro struggersi, non può non abbandonarsi completamente alla musica e alla poesia che dentro al suo sentire diventano una percezione unica e intensa, una partecipazione totale alla vicenda narrata col canto. Canto che, a volte, è sommesso, a volte acuto, a volte urlato, sempre struggente.
Ma la musica è un grande oceano che dalle sue onde ci porta le note lontane di grandi musicisti classici come Mozart, Handel, Beethoven, Vivaldi, Albinoni, Benedetto e Alessandro Marcello, Monteverdi, Smetana …
La musica può rendere gli uomini liberi e un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra.

Lascia un commento