Primo Maggio 1973. Formavamo un corpo unico sul camion
Gli strattoni delle ripartenze non ci destabilizzavano
di Antonella Aristarci
Il signor Malpighi era un camionista con la faccia color fumo e gli occhi carta zucchero, trasportava ghiaia, sabbia e rottami. Quel giorno però il carico era molto prezioso e lui si era alzato di buon ora per tirare a lucido il suo camion, a terra c’erano bandiere, striscioni con vari slogan, un megafono e un mangiacassette. Finito il suo lavoro si era acceso una sigaretta e con lo sguardo aveva scorso ogni dettaglio, era tutto a posto ora mancavano soltanto i ragazzi. Lui era un tipo che faceva tutto in anticipo, non gli piaceva fare le cose in fretta e all’ultimo minuto. “Invece quei ragazzi stamattina se la prendevano comoda”. Pensava. Da lontano sentì un vociare, delle risate, le biciclette che si facevano strada tra la ghiaia, “stanno arrivando” Pensò. In pochi minuti erano tutti lì, pronti a montare gli striscioni sulle sponde e caricare tutto l’occorrente. C’era fermento, i ragazzi erano “vestiti male” come dicevano gli adulti ed era di moda a quei tempi. Invece gli adulti tutti in ordine con pantaloni appena stirati, camicie bianche e profumo di dopobarba, gli uomini, gonne lunghe e camicette le donne.

Era il Primo Maggio del 1973, io ero adolescente e facevo le superiori, non so bene perché quel mattino salii su quel camion mezza addormentata, ho dei ricordi molto sfumati, forse ci aveva invitato la sorella grande di una mia amica, di sicuro però questi camion pieni di lavoratori con le canzoni popolari a tutto volume mi avevano messo sempre molta allegria, in passato, quando li sentivamo da lontano: correvamo sopra al balcone per salutare e unirci in qualche modo alla festa.
Ma veniamo a quel giorno, alla partenza, non eravamo tanti: io e la mia amica eravamo un po’ a disagio, eravamo soltanto delle studentesse, ma a dire il vero un lavoretto lo avevamo fatto anche noi.
Una fabbrica che produceva pupazzi, durante l’estate dava un lavoro anche a noi ragazzini, infilavamo degli occhi gialli in cagnolini neri di plastica dura ricoperta da una specie di vellutino che al tatto poteva ricordare la buccia di un kiwi. Andavamo a prendere il lavoro con un carretto e, alla sera, facevamo la consegna fiere del nostro operato. Questo lavoro, che ci eravamo trovate da sole, attraverso un passa parola, riempì la nostra estate. La paga era veramente misera, 16 mila lire in due mesi, ma ricordo che fu un’estate bellissima, tutto il giorno in compagnia con Paola, la sera in giro con i nostri amici e la stima dei nostri genitori.

Perciò anche se molto giovani, il lavoro lo avevamo sperimentato e in questo senso ci sentivamo degne di essere su quel camion.
E così fatta la conta dei presenti il signor Malpighi disse che si poteva partire, cercò faticosamente il primo gradino con il piede e con un grande lavoro di braccia e un ghigno di sofferenza si tirò su fino al secondo e poi finalmente in cabina, accese il motore, abbracciò il grande volante, staccò la frizione, spinse sull’acceleratore e provocando una strattone non indifferente partì costringendoci ad aggrapparci alle sponde per non cadere. Riccardo spinse il tasto ON del mangianastri e con il sottofondo delle canzoni popolari sfrecciammo per le vie della città per festeggiare tutti insieme il lavoro ed i diritti che si erano ottenuti. L’idea era di passare per tutti i quartieri e poi nelle campagne.
In città quel giorno nessuno lavorava, al nostro passaggio annunciato dalla musica a tutto volume tutti uscivano a salutare, contenti. Le donne si avvicinavano con vassoi pieni di gnocco fritto, bensone (una ciambella) e dolci.
Gli uomini vestiti a festa salivano con un balzo sul camion.

C’era tanto entusiasmo nel condividere quella festa, forse allora tutti avevano un lavoro dignitoso, anche se le donne per la maggior parte lavoravano ancora a domicilio.
Completato il giro della città si andava verso la campagna: lì qualcuno aveva appena finito di mungere, le mani ancora imbrattate di latte. “Dai Gino monta su!” Una lavata di mani, una pettinata e via che saliva.
Nei campi c’era chi scendeva dal trattore e in fretta e furia si toglieva la tuta che nascondeva il vestito “buono” per correre verso il camion e unirsi a noi.
C’era anche chi non poteva lasciare il lavoro e allora diceva “aspettate”, scendeva in cantina prendeva una bottiglia di vino e dandole una spolverata con il fazzoletto l’allungava su. Noi la stappavamo subito, agitata la bottiglia lo coprivamo di schiuma. Dopo una bella risata si ripartiva.
Il camion era ormai stipato, anche gli strattoni delle ripartenze non ci destabilizzavano, eravamo talmente tanti che formavamo un corpo unico, stabile.
Il ritrovo, insieme a tutti gli altri camion, era in piazza dove ci sarebbe stato il comizio.
Alla vista della piazza gremita di gente, i fiati della Banda, lo sguardo del Sindaco e dei sindacalisti rivolto verso di noi, fummo travolti da un’ondata di emozione irrefrenabile. Lo sguardo rivolto alla punta delle scarpe, la vergogna d’incrociare gli occhi degli altri traboccanti di lacrime.
Il signor Malpighi scese per primo dal camion, inclinò le sponde: con un balzo gli uomini furono giù pronti a prendere le donne per i fianchi ed accompagnarle con un volo a terra.
Ora eravamo tutti giù ancora uniti per un attimo, poi assorbiti dalla folla con le teste all’insù a cercare il viso del sindacalista di turno che con voce tonante elencava le conquiste fatte e quelle ancora da fare.

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