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Alla Penny Wirton di Modena. Un insegnante dedicato per ciascuno

L’italiano per gli stranieri

di Claudia Vellani

Come volontari della Scuola gratuita di italiano per migranti Penny Wirton di Modena, nata nel 2018 e cresciuta nel corso degli anni, con una impennata nell’ultimo anno ,pensiamo di dover dire una parola che nasce dal contatto quotidiano con chi vive sulla propria pelle le conseguenze dell’attuale politica migratoria. In ottobre 2025 gli studenti e le studentesse erano 68; due mesi dopo, a fine novembre, il loro numero è più che raddoppiato (134) e attualmente, fine febbraio 2026, è quasi triplicato (185), anche perché il Centro per l’Istruzione degli Adulti del Ministero dell’Istruzione e del Merito da settembre 2025 non riesce ad assorbire tutte le richieste, così che molte persone che pur si sono iscritte regolarmente non possono frequentare: le si reinvia al corso successivo (dopo 4 mesi) ma talvolta non riescono ad entrare neppure in quello, perdendo così un anno senza aver potuto apprendere l’italiano. La scuola di italiano è diversa dalle scuole tradizionali, ad esempio non si segnano e non si considerano negativamente le assenze, dato che stimiamo che gli allievi Penny Wirton siano assenti solo per cause serie e attendibili (ad esempio lavoro, anche saltuario). Altre stranezze di questa scuola: non ci sono classi, perché ogni studente ha un maestro volontario tutto per lui, non ci sono cattedre, né registri, né verifiche e voti. Si lavora insieme sulla lingua, con libri e strumenti didattici adeguati al livello di conoscenza dell’italiano di quello studente.

I numeri non lo dicono, ma le persone che si iscrivono alla scuola sono molto motivate e si impegnano a imparare l’italiano con molta serietà. La maggior parte di loro è spinta da necessità lavorative, ma ci sono anche donne che non lavorano e stanno a casa con i bambini e che magari, dopo anni che già vivono in Italia, desiderano imparare la lingua per motivi diversi: per sentirsi meglio con se stesse, per comunicare anche al di fuori della famiglia, per capire il contesto in cui vivono e con cui hanno relazioni (la scuola dei figli, il medico, gli uffici, il centro servizi ecc.). I volontari si sono accorti, infatti, che, per imparare una lingua diversa dalla propria, non basta la motivazione della necessità di ottenere il certificato ai fini del permesso di soggiorno, ma occorre il desiderio di comunicare e di entrare in relazione con le persone che abitano nel paese in cui si è approdati non per capriccio o voglia di avventura, ma per sfuggire a guerre, a miseria e a un destino senza prospettive. E questo desiderio nasce nel sentirsi accolti con rispetto e umanità.

Raccontare dell’esperienza della Penny Wirton può forse contribuire ad una informazione che vorrebbe diminuire il divario tra la percezione dei fenomeni da parte della popolazione e la realtà. Alla fine del 2025 erano presenti 31 diverse nazionalità di provenienza dei nostri studenti: un caleidoscopio di culture e di modi di vivere che i volontari, durante l’insegnamento della lingua italiana, imparano a conoscere e a valorizzare, trovando somiglianze e differenze con le nostre usanze e tradizioni, e soprattutto scoprendo come è bello recuperare le tradizioni locali senza ritenere le proprie migliori di quelle altrui. Troppo spesso, infatti, in Italia la difesa delle tradizioni e la riscoperta dei valori vengono accompagnate da un sentimento di chiusura e rigidità verso l’altro, dalla paura di incontrare lo straniero, il diverso. Fare volontariato alla Scuola Penny Wirton aiuta ad allargare gli orizzonti della mente e del cuore: il riconoscersi reciprocamente parte della stessa famiglia umana fa cadere molti dei pregiudizi con cui facilmente guardiamo agli immigrati. Talvolta, infatti, capita che queste persone ci raccontino spontaneamente del loro paese, del perché se ne sono andati e del viaggio che hanno affrontato per venire da noi: il resto del racconto lo intuiamo dai loro occhi e dalle cicatrici che hanno sul corpo, ma soprattutto nell’animo… Ci riesce davvero difficile vedere in loro una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, tanto da richiedere la confisca delle navi e il blocco navale, secondo quanto scritto nel nuovo disegno di legge. A dirla con il cardinale Zuppi, “c’è sicurezza quando c’è accoglienza”: favorire l’inserimento sociale e lavorativo degli immigrati della cui manodopera tra l’altro c’è grande necessità nelle nostre imprese, rappresenta un investimento molto più efficace sulla sicurezza delle città, ben più dell’ostilità e dell’emarginazione che condanna alla clandestinità e all’illegalità. Anche il provvedimento proposto di irrigidire e ridurre la possibilità di ricorrere a comunicazioni telefoniche nei centri di permanenza è una crudeltà gratuita ai danni di persone che hanno solo il cellulare per contattare la famiglia lontana. Altre disposizioni di legge hanno l’obbiettivo di rendere più difficili i ricongiungimenti famigliari, di dilatare e complicare ancora di più i tempi e le procedure per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno o il diritto alla protezione internazionale così da respingere molti di loro nei paesi che li perseguitano.

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